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Gioco e espatrio, cos’hanno in comune?

In questo post voglio analizzare alcuni aspetti dell’espatrio sotto un punto di vista diverso. E riflettere insieme a voi su cos’hanno in comune gioco e espatrio.

Sono piuttosto sicura che nella vostra mente gioco e espatrio non si associano in maniera spontanea. In effetti, per trovare delle correlazioni tra due dimensioni così apparentemente diverse tra loro, bisogna avere una buona ragione, oppure essere smodatamente appassionate da entrambi. Tutti e due sono i miei casi.

Per me ha una grande importanza collegare il gioco a qualsiasi dimensione della vita delle persone, perché sono profondamente convinta del fatto che il gioco può cambiare il mondo.

Il gioco è inoltre molto presente nella mia vita sia personale che professionale. Come ho già raccontato in numerosi post, infatti, è sempre stato una costante per me, da piccola, com’è logico e normale che sia, ma anche da adulta e in particolare quando sono diventata mamma.

Foto di Christian Varsi

A livello professionale da sempre uso il gioco nelle mie formazioni interculturali e nei miei programmi di coaching. Più recentemente ho creato dei webinar per insegnare nuovi giochi, sempre nella speranza che questi guadagnino preminenza in tante sfere della vita comune, contribuendo, di fondo, a un mondo migliore.

Il collegamento tra gioco e espatrio mi è diventato chiaro dopo varie esperienze di trasferimenti all’estero, soprattutto in paesi dalla cultura molto lontana dalla mia. Tutti questi momenti mi hanno fatto capire come il processo insito nel gioco non solo si adatti perfettamente alla persona che sono e alle cose in cui credo (come già spiegato sopra), ma si ritrovi facilmente nel tipo di vita mobile che ho condotto finora.

Sono infatti profondamente convinta che l’esperienza dell’espatriata si possa paragonare senza dubbio a quella di un nuovo gioco di società. Quante volte, arrivando in un nuovo paese, sono passata per quella fase durante la quale, non conoscendo ancora le regole, mi muovevo a tentoni e con risultati parziali. Per arrivare, dopo l’approfondimento e la scoperta di tutte le regole sociali e culturali del paese, ad avere risultati sempre migliori.

Questo è esattamente ciò che accade quando giochiamo a un nuovo gioco per la prima volta. Inizialmente le regole possono sembrarci estremamente complicate. Non le capiamo, perché non le abbiamo ancora viste in azione e non le possiamo contestualizzare. Addirittura giocare ci sembra un peso, ci sentiamo come degli alieni davanti alla tavola del gioco e magari ci viene anche un nodino in gola, vorremmo poter dire ai nostri compagni di gioco che preferiamo gettare la spugna.

Trasportiamo questo esempio in un contesto d’espatrio, e ditemi se non vi siete mai sentite così all’inizio in un nuovo paese. Io sicuramente sì. Sempre, all’arrivo in una nuova destinazione, ho sentito netta la sensazione di non avere gli strumenti per muovermi. Semplicemente, non conoscevo, com’è logico, tutte le regole che organizzano una vita in comune in uno spazio condiviso. Come si prende l’autobus? Si paga a bordo o prima di salire? Come si salutano le persone? Come si accede alla banca? Devo guardare negli occhi le persone che incrocio sul marciapiede o è meglio evitarne lo sguardo? Posso chiamare a casa di una persona la sera dopo le nove? Mi hanno invitato a cena, cosa posso portare? Fiori, vino, un regalo per i bambini? Ma poi, a che ora devo arrivare? Devo essere puntuale, in ritardo, in anticipo? Mi fermo qui ma penso di aver reso l’idea.

Foto di ImmagieFotografia

Se nel gioco riusciamo a superare quella fase iniziale di straniamento e c’impegniamo a capire e applicare le regole, arriveremo a rilassarci e goderne a fondo. A meno che, naturalmente, non sia un gioco i cui contenuti siano totalmente opposti ai nostri valori o ai nostri gusti. Magari, però, anche in quel caso sceglieremo di continuare a giocare, per far piacere a una persona amata.

Stessa cosa succede con un nuovo paese: all’arrivo c’è una fase faticosa in cui dobbiamo assorbire, imparare, decodificare. E’ solo quando abbiamo capito un certo numero di regole, che possiamo rilassarci. E allora ci rendiamo conto che il nuovo paese non ci fa più paura, non ci mette più nella condizione di sentirci incapaci e inadatte, ma ci piace un po’, prendiamo gusto nel partecipare alla sua vita quotidiana. E se succede che quel paese proprio non ci piace, possiamo sempre decidere di andarcene, o di restare per permettere al nostro partner o figli e figlie di vivere un’esperienza a cui tengono. Ma qui entriamo nei singoli casi, in quella sfera in cui le differenze personali rendono difficile la generalizzazione.

Quello che mi premeva dirvi è che forse, se come me adorate giocare e amate anche affrontare periodi di vita in nuovi paesi, è perché esiste tra le due situazioni una correlazione molto forte. Provate a farci caso, nel vostro quotidiano all’estero, e ditemi se una giornata in una nuova cultura non si può tranquillamente paragonare a un round di un gioco di società 🙂

Claudia Landini
Novembre 2020
Foto di testata di ImmagieFotografia

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