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Riprendere a lavorare: gioia o fatica?

Come raccontavo nel mio post di luglio, staccare davvero dal lavoro per me è sempre stato un problema. Quest’anno, però, ho messo a fuoco una cosa molto importante.

 

Il 28 agosto è il giorno che ho scelto per riprendere a lavorare. Comincerò con due sessioni di coaching, e continuerò con una formazione interculturale a una coppia inglese che si trasferisce in Italia. La settimana dopo ripartono anche i webinar e gli incontri online di Expatclic.

Arrivo a questo momento realmente rigenerata. Quest’anno ho davvero staccato. Non sarebbe potuta andare diversamente. Al di là della voglia, sconfinata, di godermi figli, casa e amici, avevo proprio un rifiuto del computer. Mi ci sono avvicinata solo sporadicamente e per fare operazioni necessarie, come pagare bollette o mandare mail importanti.

Le mie amiche mi han fatto la hola. La mia lettura ne è uscita rinvigorita. Ho scoperto un sacco di posti stupendi in Toscana. Ho fatto ginnastica tutti i giorni senza affanno, e ho speso tempo di qualità con tutti gli ospiti che sono passati da qui.

Sono stata talmente bene, che di fronte alla prospettiva di riprendere a lavorare non ho provato, come spesso mi succedeva in passato, quell’eccitazione e aspettativa di fronte a qualcosa che si ama, e che è mancato.

Anzi, forse per la prima volta da quando ho ripreso una carriera in espatrio, ho provato quel sottile senso di dovere che a detta di molti accompagna la fine delle ferie e il momento della ripresa lavorativa.

Eppure io amo il mio lavoro. Non mi stanca mai. Connettermi con altri esseri umani ed esser loro di aiuto mi riempie di gioia immensa. Comunicare con le persone, scambiare emozioni ed esperienze, è sempre stato per me qualcosa d’impagabile. Gestire una comunità, con tutte le sue gioie e le sue spinosità, è una cosa che mi ripaga quotidianamente di tutte le fatiche. Giocare – lo strumento che ho introdotto con successo nel mio lavoro ultimamente – è una delle cose che non mi stanco MAI di fare.

Wait.

Ma io ho non ho mai smesso di fare tutto ciò durante l’estate. Ho passato più di due mesi nella mia adorata casina circondata dalla mia comunità più stretta – figli, marito, genero, non abbiamo mai passato periodo più lungo sotto lo stesso tetto. Ho accolto decine di amiche e amici, e con tutti è stato un tripudio di scambi di emozioni di racconti, di condivisione. Tante amiche – alcune in presenza qui alla casina, altre lontane, le ho proprio aiutate con consigli e informazioni.

E giocare? Non ho smesso un minuto. Ho giocato con i miei figli e marito, tutti i giorni, a volte anche per ore di fila, come se non ci fosse un domani. Ma ho giocato anche con gli ospiti: Dixit, Lupus in Fabula, Tarocchi, Nomi Cose e Città, e un’altra batteria di giochi che non conoscevo e che di volta in volta ognuno proponeva.

La morale, che mai mi è apparsa così chiara, è questa: faccio un lavoro che incanala e onora i miei valori, le mie passioni, le cose che più amo fare e che per me sono importanti. Queste cose ho continuato a farle pur chiudendo il computer e dicendo stop al lavoro pagato. Ho continuato a farle perché sono loro il motore della mia vita.

E non mi stupisco, dunque, che il mio lavoro non mi sia mancato. Ho capito che il lavoro altro non è che un’espressione differente di ciò che riempie di senso la mia vita, di quello che per me conta. Di quella che io sono, sempre, comunque e tutti i giorni.

Ecco perché riprendere a lavorare non mi eccita particolarmente ma neanche mi pesa. Continuerò a fare quello che per me conta nella vita.

Ci vediamo online!

Claudia Landini
Agosto 2020
Foto di testata: Pixabay
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